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Pensare l'eccezione. Tra filosofia e teologia.
di Carmelo Dotolo

1 L'età ermeneutica della ragione

Da dove scaturisce l'emergenza del pensiero ermeneutico all'interno della metamorfosi che caratterizza la post-modernità? E' ipotizzabile che l'ermeneutica possa riaprire e fecondare il dialogo tra filosofia e teologia, attivando quella circolarità conoscitiva in grado di incalzare la problematicità del reale? Senza dubbio la questione è complessa e articolata. Eppure, se punto di partenza si dà, esso sta nella crisi del   paradigma classico della ragione(1), investita del compito di sistemare il reale in una sequenza logica di causa-effetti, facendosi così garante di una normatività espressa mediante leggi di rapporto. Da un lato, la pretesa conoscitiva dell' adaequatio , cioè la corrispondenza tra sapere e realtà che dia a questa il suo statuto relativo alla legalità concettuale del sapere, è implosa dinanzi   ai nuovi territori della conoscenza. Dall'altro, la stessa razionalità del pensiero dialettico, nell'urto contro le logiche differenti del mondo e della vita, ha preferito attestarsi su la retorica illuministica che ha usato strategie ideologiche nei modi di produzione del vero a protezione dei disagi della storia e dei conflitti del reale(2). E' in tale prospettiva che la figura ermeneutica della ragione si profila come tentativo di svolta. Al di là di alcuni esiti debitori alla problematica soluzione heideggeriana(3), essa riapre il discorso conoscitivo sul versante ontologico, là dove considera la circolarità tra comprensione (Verstehen) e interpretazione (Auslegung) come struttura dell'esserci e, quindi, « come dimensione esistenziale intrinseca al suo rapportarsi con la totalità di significato dell'essere nel mondo dell'esistenza »(4). Se nell'ermeneutica viene allo scoperto la consapevolezza del limite conoscitivo che dal piano logico dell'oggetto rimbalza sul livello ontologico del soggetto conoscente, è perché la ricerca della verità è chiamata a sciogliere l'univocità dell'essere dell'ente a vantaggio di quella propedeutica equivocità che nell'ente coglie la dimenticanza dell'essere (Seinsvergessenheit ) come possibilità per riformulare la questione della verità. Senza dubbio, l'intricata morfologia storica dell'identità della metafisica e l'altrettanto variegata topografia delle ermeneutiche non depone a favore di una composizione dialogica delle rispettive epistemologie(5). Anzi, sembra autorizzare una conflittualità di diritto più che di fatto attorno al nucleo della verità dell'essere, la cui interpretazione e tematizzazione è il proprium della filosofia in quanto ermeneutica. Ma, a ben guardare, non è questo il compito stesso della metafisica, quello di istituire la possibilità interpretativa rispetto alla verità quale manifestazione-appello dell'essere che dice insieme estraneità e familiarità nei riguardi dell'evento della verità? Nondimeno, va notato che alcune letture dell'ermeneutica hanno finito per irrigidire l'interpretazione come realtà non più interpretatibile né interpretata. Ciò ha costretto la reciprocità fra verità e interpretazione in uno spazio non oltrepassabile; o, meglio, oltrepassabile nel gioco della semiosi infinita in cui l'interpretazione decide della verità nel suo accadere, come rileva A. Molinaro: « Riportando il tutto all'essenziale: accade l'interpretazione, ma questo accadimento dell'interpretazione è l'interpretazione dell'accadere o come accadere; il fatto che l'interpretazione accade consiste nell'interpretazione dell'accadere. Allora si conclude all'identificazione: l'accadere della verità è l'interpretazione dell'accadere »(6).

Va sottolineato, però, un dato. Affermare che l'ermeneutica sia una filosofia dell'immediatezza, attività simbolica dell'uomo in cui l' ars interpretandi   non rinvia necessariamente all'orizzonte ontologico della comprensione, significa assumere solo un indirizzo dell'ermeneutica. Viceversa, l'interazione interpretazione-comprensione anestetizza il virus   ermeneutico nella sua aggressività alle cellule della conoscenza oggettiva, perché mostra come la verità dell'essere è inesauribile rispetto alla finitezza dell'interpretante e dell'interpretato, in quanto segno di una ulteriorità che nel trascendere il piano dell'esperienza storica la intenziona.   Sembra, quindi, plausibile affermare la necessità di non radicalizzare il confronto e/o l'alternativa tra ermeneutica e metafisica, ma di intuirne la coappartenenza(7). Pur dentro la frattura della tradizione che ha scosso alcuni assoluti metafisici, affermare che l'interpretazione è sempre in cammino, non implica necessariamente un regressus ad infinitum del principio della Wirkungeschichte , perché l'interpretazione non è pensabile senza scorgere nell'inesauribile problematicità dell'esperienza umana l'oltre e l'ulteriore in grado di aprire la temporalità e la finitudine all'evento dell'alterità e dell'infinito. In altre parole,   non è possibile fare a meno della custodia ontologica senza la quale il cammino della finitezza umana rischia l'assolutizzazione senza sbocchi e l'afasia nichilista(8).

(tutto il testo è disponibile in formato pdf)

Note:

1. La relazione tra crisi della ragione, complessità e diversificazione delle procedure costruttive del sapere, è una delle spie più significative del mutamento paradigmatico del ruolo della ragione, specie dopo la caduta della relazione intrinseca tra linguaggio e mondo. Da qui l'elaborazione di una epistemologia della complessità proposta, ad esempio, da E. MORIN , La conoscenza della conoscenza , Feltrinelli, Milano 1989, che scrive: «Partiamo da una crisi propria della conoscenza contemporanea, una crisi probabilmente inseparabile da quella del nostro secolo. Partiamo, nel cuore di questa crisi, e anzi approfondendola, dell'acquisizione finale della modernità, che è relativa al problema primo del pensiero, dalla scoperta che non c'è alcun fondamento certo per la conoscenza.» (21). E' questo il presupposto della epistemologia complessa che nel mantenere aperta in permanenza la problematica della verità, opta per la persistenza dell'interrogazione radicale (cf. 30-31) e per l'incompiutezza della conoscenza. In altri termini, per il fondamento senza fondamento della complessità (cf. 258-264). La crisi della ragione, quindi, è avvertenza del livello della realtà che esige una cultura della complessità. Cf. P. GILBERT , «La crisi della ragione contemporanea»,in La Civiltà Cattolica 1990 IV 559-572; A. RIGOBELLO , «La crisi della ragione e la sua età ermeneutica», in I. SANNA (ed.), Il sapere teologico e il suo metodo , EDB, Bologna 1993, 41-51
2. Cf. R. BODEI , «Comprendere, modificarsi. Modelli e prospettive di razionalità trasformatrice», in A. GARGANI (ed.), Crisi della ragione , Einaudi, Torino 1979, 197-240.
3. Cf. lo scritto emblematico di M. HEIDEGGER , «Olttrepassamento della metafisica» in Saggi e discorsi , Mursia, Milano 1976, 45-65. Per un'analisi cf. M. RUGGENINI (ed .), Heidegger e la metafisica , Marietti, Genova 1991.
4. V. VERRA , «Dialettica ed ermeneutica contro metodologia», in E. BERTI (ed.), La filosofia oggi, tra ermeneutica e dialettica , Studium, Roma 1987, 83.
5. Si vedano le analisi di A. MOLINARO , «La filosofia ermeneutica di fronte alla metafisica», in I D (ed.), Il conflitto delle ermeneutiche , PUL, Roma 1989, 97-121.
6. A. MOLINARO , «Ermeneutica e metafisica in dialogo», in B. M ONDIN (ed.), Ermeneutica e metafisica ,possibilità di un dialogo, Città Nuova, Roma 1996, 153-154.
7. Cf. J. GREISCH , «Ermeneutica e metafisica», in Annuario Filosofico 11 (1995) 23-41.
8. Cf. G. GIORGIO , Il pensiero di Gianni Vattimo. L'emancipazione dalla metafisica tra dialettica ed ermeneutica , FrancoAngeli, Milano 2006, 213-244.